L’uva l’avevano portata per primi i coloni greci dalla Tessaglia, il Vesuvio ci ha aggiunto la fertilità del terreno e il risultato sono i grandi vini di queste terre.

 

La falanghina, la coda di volpe, l’uva caprettone, la verdesca tra i bianchi; e, tra i rossi, lo sciascinoso, l’aglianico e il piedirosso restano i vitigni più diffusi ai quali si aggiunge la catalanesca (uva da tavola) che, come ricorda il nome, deve il suo insediamento grazie agli spagnoli. All’estero tutti conoscono il Lacryma Christi, che nasce dal mix di tutte le varietà ricordate, e attribuisce prestigio alla DOC Vesuvio.

Non solo vino, però. Il carciofo di Schito, nei dintorni di Castellammare, è un esempio eloquente della qualità raggiunta dalle eccellenze del territorio. Restando in zona, ecco i tipici biscotti di Castellammare di forma allungata nella loro caratteristica carta azzurra lucida e i biscotti all’anice, aromatici, abbinati storicamente all’Acqua della Madonna.

Redazione

Da più di duemila anni è una eccellenza riconosciuta dell’agricoltura campana. Anzi, più specificamente, dell’Agro nocerino-sarnese ai piedi del Vesuvio, dove il fertile terreno vulcanico gli conferisce caratteristiche e proprietà organolettiche uniche.

 

 Le albicocche, i frutti d'oro all'ombra del Vesuvio

Favorita dai terreni di natura vulcanica, ricchi di minerali e di potassio, l’albicocca è una produzione tipica dell’area vesuviana.. Già nell'età di Nerone questo frutto apparve con il nome latino di armeniacum nel De agrìcultura di Cocumella. Dal 1583 la testimonianza della sua presenza in Campania è chiara e il primo a selezionarne i vari tipi fu Gian Battista Della Porta che, distingueva due tipi: le «bericocche» e le crisomele («frutti d’oro»). A metà Ottocento l’albicocco diffusissimo con diverse varietà. Oggi la denominazione «albicocca vesuviana» indica oltre quaranta biotipi che si differenziano per le dimensioni, il profumo, il sapore. La particolarità dei nomi è a dir poco poetica: Boccuccia liscia, Boccuccia spinosa, Cafona, Ceccona, Fracasso, Palummella, Portici, San Castrese, Vitillo e Pellecchiella. Queste ultime due sono le più note: la prima per la dolcezza della polpa, la seconda per il gusto amarognolo. I frutti maturano dalla fine di maggio alla fine di luglio.

LA RICETTA

Pane e pomodoro

Un vero e proprio rituale è legato alla preparazione di uno dei piatti più gustosi della storia alimentare dei secoli recenti: il pane con il pomodoro.  Merenda perfetta, spuntino veloce, con i colori dell’energia vitale, il sole e il profumo della bontà naturale. Le mamme staccavano i pomodorini dal «piennolo», li schiacciavano leggermente strofinandoli sul pane e li condivano con un pizzico di sale e un filo d’olio, a volte aggiungendo un po’ d’origano. L’ormai celeberrimo pomodorino vesuviano da serbo viene chiamato del «piennolo» (pendolo) o dello «spongillo» (spunzillo), perché al termine del raccolto, tra luglio e agosto con frutti non ancora del tutto maturi, i pomodorini vengono riuniti in un grappolo e appesi in posti ventilati nelle case di campagna.

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