L’intensità del loro profumo, decantata anche da Plinio il Vecchio, non aveva pari. Per questo le rose di Capua, generate in grandi quantità dalla fertilità della Campania Felix, erano le più ricercate dell’impero per la produzione del Rhodinum italicum, il più famoso e apprezzato profumo del tempo. E la grande città, considerata l’“altera Roma”, ne era il centro di produzione più importante nella Campania, che deteneva un indiscusso primato nella profumeria e poteva vantare diversi centri produttivi di eccellenza, da Pompei a Paestum, compresa la stessa Napoli.

L’industria profumiera di Capua si era sviluppata a partire dal III secolo a.C. e rimase fiorente a lungo, accompagnando tutta l’epoca imperiale. A fornire la principale materia prima erano gli immensi roseti che si estendevano intorno al centro abitato e che garantivano per buona parte dell’anno fioriture molto copiose di rose profumatissime, di colore prevalentemente rosso. I loro petali erano l’ingrediente fondamentale delle essenze prodotte nei numerosi laboratoriattivi in città, che fungevano anche da rivendite dei profumi. Le botteghe erano allocate perlopiù lungo il decumano maggiore, dunque in posizione centralissima, dove formavano il Seplasia, il più grande mercato di profumi dell’epoca, che esportava le sue ricercate fragranze ovunque, a cominciare da Roma. E proprio dal nome del mercato capuano, utilizzati dapprima solo nella città campana e poi entrati a pieno titolo nel vocabolario della lingua in uso in ogni angolo dell’impero, furono coniati i termini di “seplasarium” per la bottega dei profumi e di “seplasarius” per gli artigiani profumieri.

I “seplasarii” erano gli artefici di fragranze molto raffinate, che richiedevano una grande maestria nella preparazione. Oltre alle rose, elemento principale del Rhodinum, venivano utilizzati narcisi, viole, mirto, basilico, muschio, giunco a cui venivano aggiunti olio, resine naturali o gomma per fissare i profumi, oltre a sale e ad altri ingredienti che variavano a seconda della ricetta della bottega. Per il colore rosso, non mancavano mai il cinabro o l’ancusa, ottenuta dalle radici dell’Alkanna tinctoria.

Qualche decennio fa, nella periferia della città antica gli archeologi riportarono alla luce i resti di una struttura dove la presenza di un pozzo, di una cisterna, di un torchio e di altri elementi sono stati collegati alla produzione di profumi, con la particolarità che vi era attiva anche una fornace per la cottura degli unguentari, i contenitori in cui venivano commercializzati ed esportati i profumi. Oggetti di uso comune, largamente diffusi, che potevano essere anche di fattura molto raffinata, oltre al differente valore dei materiali. Gli unguentari, infatti, potevano essere di ceramica, vetro e pasta vitrea (usata anche per i gioielli), dipinti con vari motivi ornamentali e colori. I più preziosi, tuttavia, erano in alabastro, il materiale che conservava meglio il profumo, e sono stati ritrovati spesso nei corredi funerari di donne. 

Proprio nell’antica Capua, attuale Santa Maria Capua Vetere, lungo la strada che conduceva al tempio di Diana Tifatina, nel 2008, durante la costruzione di una strada, fu rinvenuta una sontuosa tomba ipogea risalente al II secolo a.C. per custodire le spoglie della matrona Stallia. Ottimamente conservata anche nelle sue estese parti dipinte, si trattava di una testimonianza tanto significativa da essere trasferita al Museo Provinciale di Capua, dove, dopo un accurato restauro, è oggi esposta al pubblico. Quel sepolcro ha restituito ben quattro unguentari in alabastro. 

Oltre ad essere protagoniste della importante produzione di profumi, le rose, elemento qualificante del paesaggio intorno all’antica Capua, avevano un ruolo di grande rilievo anche nei riti che si celebravano in città. I magnifici fiori venivano deposti sui sepolcri per onorare i defunti, ma erano ampiamente presenti anche nelle cerimonie religiose. E Capua antica, a sottolineare la valenza della locale produzione di rose, festeggiava il 13 maggio di ogni anno i Rosalia, rendendo omaggio al fiore della primavera con celebrazioni che si svolgevano prevalentemente davanti all’anfiteatro cittadino, secondo per dimensioni nell’impero solo all’Anfiteatro Flavio dell’Urbe, rispetto al quale era però più antico. E tutt’intorno all’anfiteatro campano fiorivano e diffondevano nell’aria il loro delicato e inconfondibile profumo le rose di Capua.